Telefonate patavine con Andrea Zanzotto

di Maria Luisa Daniele Toffanin

A lungo corteggiato, il Poeta con una telefonata ormai insperata, mi fissa l’appuntamento per l’incontro con l’Istituto Alberti di Abano Terme per il 9 maggio 2000 ore 16, accordandoci per il viaggio di andata e ritorno ad Abano, ai piedi dei colli Euganei. Lo ringrazio a nome dell’Associazione Levi-Montalcini – fondata da Rita, premio Nobel, e seguita ora dalla nipote Piera – di cui sono la coordinatrice culturale. All’annuncio del suo arrivo per il giorno dopo, si può immaginare l’eccitazione alle stelle all’ Alberti!. Tutto poi si svolge in modo spontaneo, piacevole sia durante il viaggio che nell’aula magna, per quella sua innata attenzione all’altro. 

Notevole appare subito la sua capacità di docente di conquistare la fiducia dei giovani, entrando nella loro età con il proprio vissuto attraverso racconti vivaci di vita paesana, della giovinezza, con amici, personaggi molto estrosi di Treviso e Pieve di Soligo. Ne cattura in questo modo l’attenzione e l’amicizia prima di inoltrarsi su altri terreni quali le responsabilità del secolo che stava per finire, privo di attese, di quella festosità da lui sperimentata, con degrado del paesaggio veneto e della sua lingua in una perdita di identità. Temi da lui molto sentiti. E incita i ragazzi ad usare il proprio cervello che ha aperture impensabili, ad accostarsi “agli stupori della conquista scientifica e del suo linguaggio, ma anche a quello della poesia che non solo è musicale ma anche universale, idonea a rivolgersi a tutti con messaggi, proposte, risposte sempre nuove”. E confida, in questa bella atmosfera, il suo progetto di dare vita ad un libro di paesaggi e figure venete: Colloqui con Nino, amico contadino, già esaltato in Le profezie di Nino (La Beltà), come canto ad un mondo agreste ormai desueto, perduto. Si inoltrava nel colloquio con i giovani con linguaggio comprensibile, ma colto e fiorito di citazioni, e loro si abbandonavano fiduciosi avvertendo il segreto del suo cuore, sempre umile donato agli altri con semplicità. Della sua poesia sembra non curarsi, ma sollecitato da un insegnante interrompe il suo conversare e legge Per la finestra nuova (Ecloghe), illustrando l’occasione che generò il testo: l’apertura di una finestra sotto la scala di una parete di casa. 

Brilla la finestra del verde lungamente
lungamente composto, sogno a sogno,
orti o prati non so; ma quanta brina
prima ch’io mi convinca, quanta neve.

Verde del grano che alzi il capo e irridi
tra l’incerto oro e il vuoto:
tu, mia finestra, e tu, cielo, che porti
a me tra placidi astri gli squillanti satelliti

che il gioco umano ha lanciati, con lampi
di fantascienza, a vagheggiare in orbite
leggiere i colli, e li vede a piè fermo
il bue sul campo arato e la vite e la luna.

O mia finestra, purezza inestinguibile.
Per farti spesi tutto ciò che avevo.
Ora, non lieto, in povertà completa,
ancora tutti i tuoi doni non gusto.

Ma tra poco
tutto mi darai quel che anelavo.

La spiegazione dell’autore fa vivere ai ragazzi lo stupore di un paesaggio di terra e cielo, vegetazione ed astri che penetra d’improvviso in casa dilatando inattesi orizzonti. Anche la realtà quotidiana diventa poesia e conquista altri universi con una speranza di Nuovo. Si attira con questa conversazione affettuosa tutta la stima e la partecipazione degli studenti, degli insegnanti che perfino gli offrono dei biscottini come ad un vecchio amico in visita. Rivela, conferma Mario Richter, nell’esposizione ai suoi studenti della personale esperienza della letteratura francese, spiccate qualità di affabulatore … manifestando in varie occasioni …la sua semplicità, il suo animo genuino, schietto, una sua naturale spontanea generosità, la sua calda umanità soprattutto la sua umiltà….( Galleria novecentesca ) 

Avvertivo tutto questo durante le nostre prime telefonate che, pur brevi, hanno creato tra noi un clima di confidenza, quasi il ricupero di una conoscenza reciproca. Spontanea nasce, infatti, una mia chiamata di ringraziamento ricca di sorprese: le sue curiosità sugli scopi dell’Associazione, sull’orientamento, sull’importanza di una formazione degli insegnanti a cui anche lui si era dedicato, l’entusiasmo per il logo Il futuro ai giovani. Un utilizzo quindi del telefono come rivelazione di opinioni e sentimenti personali. La sua cifra era proprio entrare in contatto con l’anima degli altri già attraverso i fili del telefono, sorgenti anche del suo interesse sulle ricerche storiche di mio marito intorno all’onorevole Sebastiano Schiavon, uno dei fondatori del Partito Popolare, di cui accoglierà più tardi il libro edito, in due copie, dice sua moglie Marisa: una per loro e una per la biblioteca, non ricordo se di Treviso o Venezia. 

E questa partecipazione alla vita sempre, si svela anche successivamente con la nuova inattesa telefonata ( 2002 ) per la sua postfazione al mio Per colli e cieli insieme mia euganea terra, da me scritta sotto sua dettatura. Ne segue un breve carteggio per la revisione, basato sulla stima reciproca e su questa fede in comuni valori, quale anche la bellezza formale della scrittura. E così aumentano in me sempre più l’ammirazione, la simpatia e l’affetto per lui che racconterò in una Amicizia fra noi leggera. Telefonate, sorpresa sempre, che ti creavano attese, progetti. Ecco, una mattina primaverile nel 2006, l’annuncio del suo arrivo con Marisa ad Abano nell’albergo Mediterraneo per le cure termali. Sorpresa, allibita, vorrei riportare proprio le sue parole autentiche di fronte a questa sua decisione, secondo me eroica, ma è operazione impossibile. Subito ci invita per un saluto nei giardini dell’hotel. E con una scatola di cioccolatini, perché le caramelle digestive al rabarbaro, da lui definite “utili per fare la cacchetta”, sarebbero state rifiutate, e con il mio Iter Ligure in mano, trascorriamo un’ora serena parlando della validità, secondo lui, delle cure termali, affermando “c’è del buono nel libro appena regalato, e progettando un giro pei colli insieme magari via Praglia fino a Luvigliano e oltre… l’avremmo deciso dopo. Concludiamo il bel pomeriggio con l’invito a cena, a base di asparagi e uova, a casa nostra, insieme a Mario e Francesca Richter. Sì sì tutto bene!. Magari l’avessi fatto subito quel tour collinare, magari! Perché tutta questa costruzione, l’indomani mattina, si sbriciola con un’altra sua telefonata in dialetto come sempre, così tradotta: “La saluto, sto partendo”, “Dove va, poeta?”, “Non posso sopportare queste mutazioni di orari che alterano i miei bioritmi”. Rido, dentro di me, per questa sua decisione ovvia, conoscendolo. E dopo il mio stupore, gli rivelo che anch’io mi infastidisco a qualsiasi mutazione della mia routine. Sorrido quindi di fronte alla sua verità che è anche la mia. Rimaneva il dispiacere per il nostro giro procrastinato. Per gli asparagi invece non si cambia programma. Lui mi conferma che verrà sua moglie insieme coi Richter, aggiungendo “Io sarò nella mia Pieve”. E così è: noi a tavola con gli asparagi, lui sereno nella sua Casa dove veramente stava bene. 

Altra telefonata sempre confidenziale: l’annuncio che Colloqui con Nino era edito e la richiesta del nostro aiuto di ritirare e poi diffondere queste copie, facilmente vendibili nel territorio padovano essendo, per buona parte, in dialetto. Telefonata questa sorpresa, espressione di fiducia, amicizia. Volentieri con entusiasmo, aiutata da mio marito, eseguo i suoi desideri proprio per un innato sentimento di ammirazione ma anche di filia verso questa Pieve di Soligo che apparteneva anche alla mia infanzia. Tante volte gli avevo parlato del dottor Gallo, uno dei protagonisti del libro, veterinario notabile del paese, nonno dei miei amici gemelli Jone e Giuliano con cui avevo giocato sulle rive del Solighetto. E tante altre telefonate tra noi, curiose, emozionali, confidenziali ritmano l’ amicizia fra noi leggera, che sto raccogliendo in altre pagine…

Proprio per tutto questo mi sorge spontaneo onorarlo, dedicandogli il premio Mia euganea terra

Concorso di poesia, disegno ed altro, da me creato con il patrocinio dell’Associazione Levi-Montalcini per le scuole secondarie di primo grado. Ricordo con piacere nel periodo ante-Covid, la presenza di Marisa Zanzotto, accompagnata da Paolo Gobbi, felice di consegnare personalmente i premi ai vincitori e di essere testimone dell’amore del marito per i colli. Premio che ancora oggi il figlio Giovanni ci consiglia di mantenere vivo, come d’altra parte tutti gli insegnanti, per diffondere questa conoscenza e ammirazione per la bellezza paesaggistica, la ricchezza letteraria e storica del nostro territorio euganeo. 

Ripensando a queste trame di vita, e soprattutto alla stima e all’affettuosa considerazione che nutrivo per il Poeta, per la sua umanità, un anno dopo la sua dipartita, organizzo il convegno Il sacro e altro nella poesia di Andrea Zanzotto con l’appoggio incondizionato del Cenacolo di poesia di Praglia Insieme nell’umano e nel divino e soprattutto dell’abate Norberto Villa, ma anche dell’Associazione Levi-Montalcini quale impegno culturale per i giovani. 

A questo evento partecipano, con vivo interesse, come risulta dagli Atti del convegno Abbazia di Praglia 6 ottobre 2012, a cura di Mario Richter e Maria Luisa Daniele Toffanin, Edizioni ETS, 2013,: Antonio Daniele, Silvio Ramat, Mario Richter, Francesco Carbognin, Espedito D’Agostini, Marisa Michieli Zanzotto, ospite illustre.  Tutti   rivalutano il senso del sacro nella poesia zanzottiana specchio della sua personalità in cui sapienza e saggezza brillano, come ben afferma Mario Richter nel suo contributo. 

Anche Andrea Zanzotto era lì tra noi, in quel mazzo di topinambur per lui raccolto lungo i declivi collinari, la sera prima, splendenti ora davanti al tavolo dei relatori. E a lui dedico questi miei versi:

TOPINAMBUR 

ad Andrea Zanzotto 18 settembre 2022

Alle Feriole 

al suono della prima campanella 

tutti affollati in massa i nuovi scolari         

i topinambur

ai cancelli dell’Euganea Terra

ritirati un po’ dalla città

più adagiati sui colli 

vicini a Praglia nell’orazione

topinambur a tribù più alte più basse

quali bambini davanti ai cancelli

splendenti distese di sole estivo

– rappreso nel primo autunno – 

sillabe d’oro vegetale

danzanti lievi nel vento

stampa d’eterno iterata nel verde

in provvida cornice 

                              d’azzurra speranza. 

Antonio Daniele, recentemente scomparso – e qui vogliamo onorarne la memoria di grande studioso, docente universitario, presidente dell’Accademia Galileiana, poeta anche dialettale e autore  di saggi –    apre il convegno con il suo intervento “Andrea Zanzotto e i colli Euganei” di cui riportiamo la prime pagine.

Anticipiamo ora il giudizio di Laura Nascinben, dallo stesso Daniele sollecitato: L’esperienza del sacro in Zanzotto consiste prima di tutto nella contemplazione del paesaggio, dell’uomo e della lingua vissuta attraverso la dimensione della poesia. La lettura poetica del paesaggio è frutto, secondo il poeta, di una «fenomenologia interiore» che prevede un percorso di recupero, grazie alla memoria, delle immagini più arcaiche e, quindi, più genuine dei luoghi, in una sorta di regresso epifanico che diventa occasione di meditazione interiore. Così l’ammirazione zanzottiana per i Colli Euganei, come aiuta a capire Antonio Daniele, partecipa direttamente di valori petrarcheschi e leopardiani assumendo una valenza storico-culturale che si manifesta nel suo ripiegarsi all’interno del microcosmo locale e dialettale

Antonio Daniele chiude il suo intervento, ribadendo la preoccupazione del Poeta per la salvaguardia del creato, riportando le parole stesse di Zanzotto testimoniate In questo progresso scorsoio del 2009: “Faccio quello che posso, anche se le ultime oscillazioni della nostra politica sviliscono ogni speranza. Le stesse persone che mostrano di essere sensibili a una salvaguardia della propria terra (salvaguardia nel senso più lato) si affidano poi in mano a quella parte politica che nega visceralmente ogni forma di ecologia, a partire da quella morale, dietro il pretesto di inseguire una presunta modernità”.