Intervento Marisa Michieli Zanzotto
Intervento di Marisa Michieli Zanzotto al Convegno Il sacro e altro in data 6 ottobre 2012
Sono commossa e profondamente grata all’”Associazione Levi-Montalcini a.p.s.”, rappresentata dalla persona di Maria Luisa Toffanin, per aver organizzato un convegno dedicato al tema del “sacro” in Andrea Zanzotto; così come all’Abate di questa splendida Abbazia di Praglia, per aver generosamente ospitato e patrocinato l’evento. È un tema delicato, quello su cui si è tanto discusso in questa occasione, che coinvolge altri importanti argomenti relativi alla figura e all’opera di mio marito: primo fra tutti, il rapporto tra Andrea e la Chiesa, su cui preme offrire, in chiusura di convegno, qualche ulteriore spunto di riflessione. Nel 2007, alla nomina di Vescovo di Verona, Don Giuseppe Zenti (già Vicario Generale della Diocesi veronese e Vescovo di Vittorio Veneto) giunse a Pieve di Soligo a rendere omaggio al poeta Andrea Zanzotto come a una delle figure più rappresentative del mondo della cultura, impegnata in prima linea nella lotta per la tutela del paesaggio: «Questo scempio distrugge un paesaggio da cartolina, fate sentire la vostra voce», era infatti stato l’ultimo appello lanciato da chi pure non rinunciava a definirsi come «un cittadino qualunque», affinché i concittadini di Pieve si ribellassero contro la decisione di edificare un palazzetto dello sport proprio sull’ultima zona verde del paese («rendere tutto periferia ‒ ripeteva mio marito in quegli anni ‒ sembra la vocazione attuale, un impulso suicida irrefrenabile»). Il riconoscimento ricevuto da un notevole esponente della Chiesa quale Don Giuseppe Zenti ‒ che per altro confermò mio marito nella stima da anni nutrita nei confronti del nuovo Vescovo e del suo operato ‒ è profondamente sintomatico dell’attenzione prestata da Andrea verso l’istituto ecclesiale e la sfera del sacro in genere.
Avverso a ogni forma di pedissequa e adulatoria acquiescenza nei confronti dei più diversi dogmatismi, fin dall’infanzia mio marito si era infatti formato in un ambiente intriso di un sentimento di genuina spiritualità, in grado di associare alla partecipazione alle funzioni liturgiche e allo studio delle Scritture una profonda sensibilità per la concreta realtà sociale del tempo. «Frequentai l’Asilo “Maria Bambina” tra il 1924 e il 1926. Lo consideravo quasi come una propaggine di casa mia: là ero infatti accompagnato, la mattina, dalla nonna. Potevo anche trovarvi mio padre, spesso interpellato dalle Suore per svolgere qualche lavoro di decorazione […]», si legge in un libretto edito nel 2006 presso le Grafiche Bernardi di Pieve di Soligo per commemorare il Centenario della fondazione della scuola materna frequentata dal piccolo Andrea. Lo stesso toponimo di “Cal Santa”, designante la contrada in cui sorgevano la casa paterna, l’asilo e (proseguendo lungo quella stessa stradina) il cimitero di paese, in cui riposavano le sorelline Marina e Angela scomparse in tenera età, esprimeva per Andrea il senso di questa compenetrazione tra la dimensione religiosa di cui è tradizionalmente permeata la cultura veneta e la tangibile concretezza del dato geografico, ambientale, addirittura linguistico, caratterizzante il proprio paese natale:
D’estate, gli abitanti di quel mondo da fiaba, ormai scomparso, si sedevano lungo la via improvvisando filò all’aperto; e il dialetto correntemente parlato dai suoi abitanti, sortiva l’incanto di un continuum che fondeva armoniosamente il linguaggio della natura al linguaggio umano, il frusciare delle foglie al rumore dei passi, i diversi suoni delle stagioni ai diversi idiomi con cui mi trovavo a venire a contatto: il toscano illustre dei poemi del Tasso e dell’Ariosto, per esempio, di cui mia nonna mi recitava larghi frammenti a memoria, alternandoli con filastrocche per bambini e con frammenti di tedesco minimo, da lei appreso a Vienna. Zia Maria, invece, da «letterata» qual era, esibiva, di tanto in tanto, la sua brillante competenza in un latino pseudomaccheronico, che non aveva nulla da invidiare al latino ecclesiastico rimodellato sul sostrato dialettale dalla fertile ignoranza delle donnette; da lei ereditai la passione per la lettura di settimanali e giornaletti (quali il «Corrierino», che mi teneva aggiornato sulle vicende del signor Bonaventura). A casa, poi, era facile imbattersi nel francese, dal momento che mio padre aveva vissuto, da emigrante, a Parigi e a Annoeullin, nei pressi di Lille, e a Royan, nel sud della Francia.
È un sentimento che può essere a buon diritto definito “religioso” il sentimento di amorosa devozione provato da mio marito per il paesaggio (specie per quello natale, ma non soltanto), per le sue presenze, per le sue voci e per i suoi rumori: un sentimento “religioso” a sua volta provvisto di un proprio specifico “linguaggio”, che storicamente coincide con quello biblico e evangelico (ed è soprattutto per questo motivo che nelle poesie di mio marito, accanto a parole e espressioni attinte dai più diversi campi del sapere, se ne trovano numerose appartenenti alle Scritture…). Ma si tratta di un sentimento, di matrice certamente “cristiana”, che però sfugge alla frettolosa assimilazione al dogma della Chiesa ufficiale. Di essa, anzi, Andrea non ha mai cessato di denunciare alcune compromissioni con il Potere politico e economico, che rischiano di snaturare il significato originale e autentico delle stesse ricorrenze liturgiche. Basti pensare al tema della “Pasqua” (presente già da Dietro il paesaggio), cui mio marito dedica non soltanto il proprio ottavo libro di poesia, edito nel 1973 (e intitolato Pasque, appunto), ma soprattutto il lungo poemetto in esso contenuto, La Pasqua a Pieve di Soligo, in cui si condanna, in un tono rasentante la blasfemia, il tradimento dello stesso mistero della resurrezione di Cristo, ridotto a banale occasione per un triviale «happening» di paese (variante mercificata delle antiche processioni di campagna). Il dogma del «resurrexit», agli occhi di Andrea, vi appare tristemente ridotto a strumento di propaganda politica («e Pieve di Soligo vuota boccali di bianco e di rosso così / che rosso-passio e bianco-surrexit sarà presto voto D.C.»), in un mondo lacerato dalle guerre per il potere («Ma sul cardine, Kyrie, la porta stride, non gira, / sento il cecchino alle spalle già prendermi, prenderti di mira.»), che ha perduto l’attitudine a rinnovare un sentimento di “religiosa” considerazione nei confronti della bellezza del creato («Dic nobis Maria: quid vidisti in via? / Ho visto attizzarsi consumarsi il mito del vedere.»), precipitando così nel più abbietto, frenetico materialismo («Dic nobis Maria: quid vidisti in via? / Ho visto trionfare le cose puttane, emarginarsi le vere.»).
Non “credente”, nel senso comune del termine, né “praticante”, eppure animato da una profonda passione per lo studio delle diverse testimonianze storiche del “sacro” (per la Bibbia, in primis), si può ben comprendere come queste violente denunce siano sorrette da un atteggiamento di autentico rispetto per l’istituto della Chiesa, considerata quale depositaria di tradizioni millenarie di pratiche, di cultura e di linguaggio da tutelare; e, dunque, quale detentrice della funzione, da mio marito generalmente riconosciuta alla stessa Poesia, di frenare la corsa dell’umanità verso quel “progresso scorsoio” che sempre più la condanna all’autodistruzione. E si comprende anche il sentimento di devozione nutrito per alcune personalità di spicco della comunità ecclesiastica e di ammirazione per le posizioni di militanza da essi assunte, causa non di rado dell’“imbarazzo” presso le più alte sfere del Clero. Penso al fondatore della sociologia cattolica Giuseppe Toniolo (morto nel 1918 e beatificato soltanto nel 2012), vagheggiante un’armoniosa società cristiana economicamente fondata su una forma di cooperazione tra le corporazioni di arti e mestieri che avrebbe prodotto sia benessere per i lavoratori sia democrazia: proprio alla Solenne commemorazione della morte del «Servus Dei» G.T. (= Giuseppe Toniolo) Andrea dedicò una lirica raccolta nelle IX Ecloghe del 1962, contrapponendo alla «iungla venusiana» delle formule della ritualità ecclesiastica il «poco d’azzurro» del paesaggio reale, quale unica “parola” in grado di “commemorare” autenticamente il defunto. Ma penso, ancor più, alla figura di David Maria Turoldo e alla profonda stima dimostrata da Andrea al suo operato per il rinnovamento del Cattolicesimo secondonovecentesco. Mio marito ne ammirava il coraggio dimostrato nel perseguire un progetto di realizzazione del senso umano contro ogni forma (che egli considerava disumanizzante) del potere politico ed ecclesiastico, assumendo la difficile posizione, controversa all’interno dello stesso Clero, di “essere nel mondo senza essere del mondo”. Alla militanza in collaborazione con la Resistenza antifascista, prestata tra le colonne del periodico “L’Uomo” da lui stesso fondato, era infatti seguito, nel 1948, il rifiuto di Turoldo di sostenere la Democrazia Cristiana, per la ferma convinzione che «non bisogna confondere la Chiesa con un partito, né un partito con la Chiesa»; successivamente, nel 1974, Turoldo si era addirittura distinto dalla quasi unanimità della comunità ecclesiastica schierandosi per il “no” a favore dell’abrogazione della legge sul divorzio. Amico, come lo era Andrea, di Pasolini, Turoldo si fece portavoce di un ecumenismo radicale che mirava alla cooperazione tra cattolici, credenti di altre religioni e persino atei, istituendo la comunità “Casa di Emmaus”. All’attività del Turoldo poeta, Andrea scrisse nel 1990 alcune tra le più partecipate pagine raccolte negli Scritti sulla letteratura, ammirandone la «strenua energia» che lo spingeva a «muoversi in opposizione» all’odierna «deriva»; e, pure, l’«ultimissima umiltà» di una parola poetica (rappresentata dall’ammonizione della madre: «Figlio // sono cose troppo grandi per noi!») che si dichiara insufficiente a cantare in maniera adeguata la divinità. «Ed è, ancora – conclude Andrea in quell’occasione – la voce della Terra natale, del primo nido», di quel paesaggio in cui «la vocazione alla religiosità mistica, e insieme, alla poesia, ed all’impegno quotidiano verso gli uomini, poterono formarsi per David Maria Turoldo: nel nome della madre».
Nel nome del paesaggio materno, affettuosamente amato, “religiosamente” difeso da ogni forma di legalizzata sopraffazione, è mio desiderio allora che sia commemorata la figura e l’opera di mio marito: proprio oggi che sta per essere edificato un immenso complesso residenziale accanto alla nostra abitazione di Pieve di Soligo, e che per un’insana forma di ironia le “Alte Guide” del luogo hanno deciso di denominare “Condominio Filò” – in evidente rapporto al titolo del libro (Filò, appunto, edito nel 1976 e da poco ristampata presso Einaudi) che testimonia la collaborazione di mio marito con Fellini…
“Condominio Filò”. Ma il filò di mio marito è ben altro… È la sua stessa poesia: voce di chi non ha mai tradito, in vita, il proprio paese natale, e che continuerà a difenderlo al di là di ogni morte, sostenendo le iniziative (quelle recentemente attuate dal Conte Pieralvise Serego Alighieri e dalla stessa Fondazione “Masi” di Verona, per esempio; così come quelle finanziate dal “Gruppo Euromobil” dei fratelli Lucchetta) di quanti si impegnano nella difesa della bellezza della nostra terra.