COMMENTO SAGGIO DI Gianni Giolo e altri commenti su Vittorio Sereni in Geapolis

Commento Milvia Romano: “Molto bello e profondo tutto quello che scrivi del poeta Vittorio Sereni , si comprende la sua raffinatezza d’animo la sensibilità e l’amore per la VITA .penso che questo basti per apprezzarlo anche se è meno conoscito di altri del suo tempo . Nella introduzione accenni al periodo, penso ,se proprio vuoi ,che qualche nome di altri poeti , similitudini o differenze possano aiutare chi come me non ha mai letto una poesia di Sereni e cosi conoscrerlo profondamente .Ripeto pero’ che quello che hai scritto è già CHIARO vedi tu CIAO CIAO.”

Commento Corazza Fiorella: “Grazie Maria Luisa, ho letto con piacere le riflessioni sulla vita e sull’opera di Sereni. Poeta da me molto amato, presentato ogni anno agli studenti di quinta molto colpito dagli strumenti umani e da Diario d’Algeria. Se ti capita di presentarlo in zona fammi sapere. Ieri hai gentilmente mandato un saluto a mio marito. Purtroppo non c’è più, incidente sul lavoro ormai 3 anni fa, ero appena andata in pensione. Motivo per cui non posso non amare l’espressione “toppe solari d’inesistenza”. Grazie, a presto.”

Commento Gianni Giolo: La poesia di Vittorio Sereni è segnata dalla tragica esperienza della guerra e dalla prigionia, primain Grecia e poi in Sicilia, dove è stato prigioniero degli Americani, ha trascorso due anni in uncampo di concentramento in Algeria. Al ritorno in patria, dopo essersi dedicato per qualche anno all’insegnamento, è passato a lavorare nell’industria: prima all’ufficio pubblicità della Pirelli, poi nella casa editrice Mondadori. Nel 1972 gli è stato assegnato il premio dell’Accademia dei Lincei   per la sua attività letteraria che, oltre la produzione poetica,  comprende traduzioni, saggi e prose (Gli immediati dintorni, 1962: L’opzione, 1964). La sua ultima raccolta di liriche, Stella variabile è del 1981.                                                                                                                                                           All’inizio (Frontiere, 1941, e Poesie, 1942) la sua poesia è, sia pure con opportune cautele, inseribile dentro i confini di un gusto ermetico che è già diventato tradizione, ha elaborato cioè temi e moduli espressivi che sono canoni di una scuola. Il Sereni di queste prime raccolte utilizza la lezione di questa scuola ma si distingue per l’intimità del rapporto che instaura con gli aspetti della realtà che – colti nella loro oggettiva precisione e pur distanziati, rarefatti e sfumati da frequenti modulazioni elegiache – finiscono col diventare elementi di un paesaggio dell’anima, memoria, nel solco della lezione ungarettiana.                                                                                                                     Ma l’esperienza di guerra e di prigionia incide profondamente sull’uomo e sul poeta come è testimoniato dal Diario d’Algeria (1947 e 1965): la vicenda storica, l’invasione della Grecia di cui è costretto ad essere passivo esecutore come centinaia di migliaia di uomini, la prigionia danno luogo nel poeta ad una interiore conflittualità che via via si configura come lacerante coscienza della propria condizione di estraneità, di assenza:

Europa, Europa che mi guardi

scendere inerme e assorto in un mio

esile mito tra le schiere dei bruti

sono un tuo figlio che non sa

nemico se la propria tristezza…

oppure:

Io sono morto

alla guerra e alla pace.

Ispirato quindi all’esperienza di guerra il Diario, ma proiettato in una dimensione di esistenziale angoscia, di dolorosa coscienza della propria condizione di passività, di morte.                                      Situazione questa che sostanzialmente non muta in quello che è stato chiamato dalla critica il terzo tempo della poesia di Sereni (Gli strumenti umani, 1965): al posto della guerra c’è ora l’esperienza personale dei grandi ingranaggi dell’industria neocapitalistica, di una società e di un tempo subiti e non amati:

Non lo amo il mio tempo, non lo amo

oppure:

Eccoti di giorno in giorno la mia acredine

la mia insofferenza di terra in terra,

delle fabbriche che  asettici inferni, di cui il poeta vede la sostanziale realtà, la ferrea logica di sfruttamento (inferni) anche se mascherata con gli allettamenti padronali, con gli apparati degli svaghi e della decenza (asettici).

E da ciò lo sconforto e il furore, l’ostinata disperazione che tuttavia non spegne l’esigenza di sperare, l’amara presa di coscienza della situazione dell’intellettuale di fronte a questa nuova problematica realtà: ancora una volta una dolente constatazione: E non servono le armi umanistiche di vecchio stampo, anche le parole d’un poeta sono armi spuntate, non si è all’altezza della situazione.

Dichiarazione questa che Sereni ha fatto a chiarimento di una sua lirica – Una visita in fabbrica –ma che può valere in senso più ampio: a testimoniare la coscienza di un amaro dissidio.

Anche la raccolta di versi – Stella variabile, 1981 – ritorna su questi temi: si accentuano nel poeta la vocazione al bilancio (e al bilancio fallimentare), il bisogno di inventariare le “inadempienze” che non sono solo personali ma coinvolgono una generazione e il complesso delle istituzioni. “Di qui l’abbandonarsi del poeta a una rotta non più segnata sulle carte ma da quella “stella variabile” a cui ora affida il suo destino. – Guidami te, stella variabile, fin che puoi (“La malattia dell’olmo”) – nonché il suo protrarre un discorso poetico del negativo” (S. Costa).

La critica splendida e coinvolgente, vibrante di un particolare senso soggettivo e personale (l’esperienza della guerra di Sereni ricorda alla poetessa l’esperienza di suo padre) di Maria Luisa Daniele Toffanin mi ha particolarmente colpito e sono rimasto ammirato e attonito davanti a pagine critiche che si risolvono in poesia e luce semantica. Lei riprende la canonica ripartizione in tre parti della poesia di Sereni, sottolineando nel poeta “l’emergere di immagini reali dello sfumato e del ricordo”,  inserito in un paesaggio lombardo rarefatto e pur riconoscibile”, l’emergere di temi nuovi,  dopo il 1947, dettati dalla esperienza della guerra e della prigionia che si traducono in una sensazione di impotenza e di estraneità di fronte a un dramma che coinvolge tutto e tutti, “una consapevolezza di una struggente e colpevole condizione di  passività di fronte agli eventi”, sottolineando le specificità ossimoriche della terza stagione sereniana, caratterizzata da “una adesione ferma e struggente, fiduciosa e disperata, alla realtà del nostro tempo”. Novità tematica che si traduce in una novità stilistica che ricorre alla dimensione fluida e pedestre, direbbe Orazio, del parlato, come se il poeta tendesse “a una dissoluzione delle forme metriche in una sorta di prosa  in verso che, nel suo snodarsi e inarcarsi, obbedisce  a urgenze emotive ed espressive”. Il poeta rivela una volontà quasi di dissolversi nella materia dell’universo, di “insabbiarsi” e di annullarsi, di reificarsi, di diventare cosa, di diventare “polvere e cenere” che ricorda l’oraziano “pulvis et umbra sumus”. Ma a differenza del poeta latino, Sereni non si abbandona alla disperazione e alpessimismo, ma si apre – come giustamente nota la Toffanin – in un’aura di speranza che “si illumina di intenzioni bellissime espresse in occasioni e ricordi d’amore e di amicizia”:  Ma credi all’altra / cosa che si fa strada in me di tanto in tanto / che in sé le altre include e le fa splendide, / rara come questa mattina di settembre.. giusto di te tra me e me parlavo: / della gioia.

                                                                                                                                             Gianni Giolo

Vittorio SERENI, l’uomo e il poeta. Cenacolo/6

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“INSIEME NELL’UMANO E NEL DIVINO”. CENACOLO DI POESIA DI PRAGLIA. 

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 testi di Maria Luisa DANIELE TOFFANIN 

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@ QUADERNO N.53  VERITÁ STORICA E UMANA IN VITTORIO SERENI

Incontro – 27 maggio 2015

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Nel variegato tessuto culturale del ‘900 così vivo di fermenti letterari e di profondi intrecci umani, dilatati in riviste d’avanguardia tese nella ricerca di spazi esistenziali diversi e tecniche nuove, si distinguono i continui aggiornamenti operati da Mario Luzi e Vittorio Sereni sulla loro educazione ermetica, sollecitata sia da esempi stranieri sia da una sensibilità sempre più acuta per i nuovi problemi della società attuale che rinnova i loro contenuti.

In tale dimensione è interessante rivedere il vissuto ed altro di Sereni per chiarire alcuni passaggi particolari riscontrati nei testi proposti. 

Vittorio SERENI, nato a Luino nel 1913, laureatosi in lettere a Milano, fu ufficiale di fanteria nell’ultima guerra in Grecia, nei Balcani, in Sicilia, e fatto prigioniero dagli alleati, venne internato nel luglio del 1943 nei campi di concentramento dell’Algeria e del Marocco. Nel dopoguerra, dopo un periodo d’insegnamento, è stato assunto nell’ufficio stampa della Pirelli e infine nel settore editoriale della Mondadori, esperienze che hanno toccato da vicino la moralità e la sensibilità del poeta appunto sul rapporto tra industria e letteratura (vedi Gli strumenti umani). Esordì nel 1941 con la raccolta Frontiera (poi ampliata e ritoccata col titolo Poesie, 1942) che, fra generiche riprese di moduli ermetizzanti, già preannuncia alcune costanti autonome della poesia matura: castità formale, l’emergere di immagini reali dallo «sfumato» del ricordo, un paesaggio lombardo rarefatto e pur riconoscibile ecc. In Diario d’Algeria (1947), ispirato nella parte più cospicua all’esperienza della guerra e della prigionia, entrano quasi di forza nuovi motivi: il dramma storico, la sua atroce violenza, la consapevolezza di una struggente e colpevole condizione di passività di fronte agli eventi. Con Gli strumenti umani (1965), l’iter di Sereni tocca il suo terzo tempo, segnato da un’adesione insieme ferma e struggente, fiduciosa e disperata, alla realtà del nostro tempo. La novità tematica diviene, di conseguenza, anche novità stilistica: dal sempre più frequente e fluido uso del «parlato» alla dissoluzione delle norme metriche in una sorta di prosa in verso che, nel suo snodarsi e inarcarsi, obbedisce unicamente a urgenze emotive ed espressive. Di un quarto libro di poesie l’anticipazione più rilevante è Un posto in vacanza (1973). Traduttore finissimo di J. Green, P. Valéry, E. Pound, W.C. Williams, R. Char, Sereni ha anche pubblicato una sorta di zibaldone dal titolo Gli immediati dintorni (1962) – frammenti autobiografici, traduzioni, appunti lirici ed epigrammatici – e la raccolta di saggi critici Letture preliminari (1973). Infine la raccolta di Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1986.”

Da quanto sopra derivano, in sintesi, i motivi determinanti per la mia scelta: in particolare, il passaggio per la Grecia -per il Pireo- di Sereni, una volta richiamato alle armi nel ’42. La sua vicenda personale e il suo internamento già ricordati, mi  richiamano alla memoria mio padre,  il suo percorso militare altro,  ma  iniziato in Grecia dal gennaio del ’43, e  conclusosi  con la prigionia in mano tedesca subita in vari campi di concentramento dopo l’  armistizio del settembre del ’43. Due storie diverse nella stessa storia tragica della seconda guerra mondiale.  Nella poesia “UN ITALIANO IN GRECIA”, risento non solo l’animo del nostro poeta ma i sentimenti di tanti giovani che hanno creduto all’inizio in questa guerra ma hanno visto poi cadere lentamente tutti i loro ideali e i loro progetti. Una poesia estremamente coinvolgente. Ad Atene nel ’42 al Pireo Sereni ricorda la sua prima sera mentre i convogli se ne vanno e, in un’atmosfera di penombra, avverte come un sentimento di lutto per aver perduto tutto: l’estate, la sua giovinezza e di essere caduto in un domani senza stagione. E toccante è il suo richiamo all’Europa nel cui culto lui si era formato con fede in una civiltà che non tollerava alcun attentato alla libertà della persona in nome degli interessi dello Stato. Ma sente questo suo mito precipitato in quella guerra nazi-fascista da lui definita tra le schiere dei bruti. In tale caduta di ideali, in questo presentimento di una fine quasi della giovinezza, lui parla ancora con l’Europa come un suo figlio che non conosce come ostili se non la propria malinconia e qualche rimpianto di luoghi lasciati e passi perduti. E avverte il presentimento, poi confermato, di essere condannato a insabbiarmi per anni e quindi a perdersi, seguendo la volontà dei bruti, gli stessi che hanno considerato poi gli IMI, nella loro resistenza passiva, dei traditori, per ritornare ancora alla vicenda di mio padre che in qualche modo mi lega a questo autore.

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UN ITALIANO IN GRECIA 

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Prima sera d’Atene, esteso addio

dei convogli che filano ai tuoi lembi

colmi di strazio nel lungo semibuio.

Come un cordoglio

ho lasciato l’estate sulle curve

e mare e deserto è il domani

senza più stagioni.

Europa Europa che mi guardi

scendere inerme e assorto in un mio 

esile mito tra le schiere dei bruti,

sono un tuo figlio in fuga che non sa 

nemico se non la propria tristezza

o qualche rediviva tenerezza

di laghi di fronde dietro i passi

perduti,

sono vestito di polvere e sole,

vado a dannarmi a insabbiarmi per anni.

Pireo, agosto 1942

Da Diario d’Algeria, ed. Mondadori

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Nella raccolta Diari d’Algeria, secondo Raboni “la storia è entrata nella poesia di Sereni” storia, non solo guerra, come “girone grigio” che “corre nello scherno dei mesi”, privazione-rifiuto degli eventi che contano e del loro significato, insomma storia degli sconfitti.

E Raboni prosegue definendola come “esperienza traumatica di fine della giovinezza, del suo limpido, incantevole, malinconico sogno d’attesa”.

E proprio in questa verità umana-storica così tragicamente complessa e che ha segnato profondamente molti protagonisti-vittime del conflitto, è racchiuso “il perdurante e inconfondibile fascino, la speciale e perturbante bellezza del libro al quale ci troviamo ancora una volta di fronte come a un oggetto intatto e misterioso di conoscenza e amore”, libro apprezzato per questo ed altro anche da Zanzotto che considerava Vittorio Sereni amico fraterno. 

L’altra poesia, La spiaggia, nasce dalla memoria dei luoghi del passato, così viva nella poesia di Sereni, anzi in questo caso dalla volontà di non ricordare: la spiaggia è un luogo mai visitato da cui emergono dei messaggi da quelle toppe solari, da quelle toppe di inesistenza realizzata con materiali come calce e cenere destinati ad un rapido degrado, che invece parleranno. Perché ogni vita, anche se offesa, non è spesa mai per niente, lascerà per il futuro sempre un suo monito da decodificare. E questo secondo l’etica anche di Sereni? E chi siano questi morti, i vendicatori secondo Fortini, o altri, non è quindi mio problema perché la poesia mi ha catturato per la sua carica emozionale espressa dal paesaggio scenico così crudo in cui profetiche pietre prenderanno voce, resa con l’introduzione di un personaggio misterioso che sembra rispondere al telefono, con la personificazione del mare così nudo che parla, e soprattutto con un linguaggio incisivo, nitido e brillante come quelle toppe solari.

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LA SPIAGGIA

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Sono andati via tutti –

blaterava la voce dentro il ricevitore,

E poi, saputa: – Non torneranno più –.

Ma oggi

su questo tratto di spiaggia mai prima visitato

quelle troppe solari… Segnali

di loro che partiti non erano affatto?

E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.

I morti non è quel che di giorno

in giorno va sprecato, ma quelle 

toppe d’inesistenza, calce o cenere

pronte a farsi movimento e luce.

            Non 

dubitare, – m’investe della sua forza il mare – 

parleranno.

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Carica emozionale, inoltre, tradotta in particolare nella terza strofa costituita da versi di grande efficacia, da indicibili immagini: i morti non è quel che di giorno / in giorno va sprecato, ma quelle / toppe d’inesistenza, calce o cenere / pronte a farsi movimento e luce. E il mare conferma che parleranno. Visione utopica o segno di speranza in un passato non vissuto invano ma che si esprimerà nel futuro di un uomo che si è sentito tradito dagli errori della storia e trascinato dentro senza più identità?  Opto per la speranza perché accanto a questa sua dimensione storica interessa sottolineare anche quella esistenziale che, se pur espressa in una disperazione nervosa, risentita, che cerca appigli, motivi nella storia e nella biografia, come afferma Piovene nel 1966, si illumina anche di intuizioni bellissime espresse in visioni-ricordi d’amore e d’amicizia quasi per darsi delle certezze di vita. 

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APPUNTAMENTO A ORA INSOLITA

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La città – mi dico – dove l’ombra

quasi più deliziosa è della luce

come sfavilla tutta nuova al mattino….

«… asciuga il temporale di stanotte» – ride

la mia gioia tornata accanto a me

dopo un breve distacco.

«Asciuga al sole le sue contraddizioni» 

– torvo, già sul punto di cedere, ribatto.

Ma la forma l’immagine il sembiante 

– d’angelo avrei detto in altri tempi – 

risorto accanto a me nella vetrina:

«Caro – mi dileggia apertamente – caro,

con quella faccia di vacanza. E pensi

alla città socialista?»

Ha vinto. E già mi sciolgo: «Non

arriverò a vederla» le rispondo.

                        (Non saremo

più insieme, dovrei dire). «Ma è giusto,

fai bene a non badarmi se dico queste cose,

se le dico per odio di qualcuno

o rabbia per qualcosa. Ma credi all’altra

cosa che si fa strada in me di tanto in tanto

che in sé le altre include e le fa splendide,

rara come questa mattina di settembre…

giusto di te tra me e me parlavo:

della gioia».

            Mi prende sottobraccio.

«Non è vero che è rara, – mi correggo – c’è,

la si porta come una ferita

per le strade abbaglianti. È

quest’ora di settembre in me repressa

per tutto un anno, è la volpe rubata che il ragazzo

celava sotto i panni e il fianco gli straziava,

un’arma che si reca con abuso, fuori

dal breve sogno di una vacanza.

                                   Potrei 

con questa uccidere, con la sola gioia…»

Ma dove sei, dove ti sei mai persa? 

«È a questo che penso se qualcuno

mi parla di rivoluzione»

dico alla vetrina ritornata deserta.

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E sono i famosi scatti della gioia che erompono in endecasillabi lanciati come razzi nei versi. Pochi poeti hanno saputo rendere così viva, vera, personificandola, la gioia. Come appare in Appuntamento a ora insolita da me scelta per l’incantevole sua capacità di dirci questo stato d’animo fanciullo così unico e di renderlo persona che parla, ride, accende una vetrina in una giornata rara come questa mattina di settembre in cui la città – mi dico – dove l’ombra / quasi più deliziosa è della luce / come sfavilla tutta nuova al mattino… «… asciuga il temporale di stanotte» – ride / la mia gioia tornata accanto a me / dopo un breve distacco. Il tutto in un linguaggio di luce fluido, vicino al parlato in cui prevale il dialogo come tecnica caratteristica di Sereni quasi per convincere se stesso della realtà di quanto sente nella parola rivolta all’altro che diviene conferma. Inesprimibile è la sua definizione di questa gioia (un’arma a doppio taglio): è quest’ora di settembre per me repressa / per tutto un anno… la si porta come una ferita per le strade abbaglianti… potrei con questa uccidere con la sola gioia… versi che mettono in evidenza quella sua inquietudine esistenziale insieme alla necessità di confortare, di rassicurare se stesso in questo suo sogno-realtà.

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.GLI AMICI 

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Nell’anno ’51 li ricordi

la Giuliana e il Giancarlo

ballerini e acrobati com’erano

con vocazione di poveri

di cui sarà il mondo domani,

salute gioventù fierezza scatto.

E oggi? In una torpida

mattina del ’60? O di essi e dei figli

bellissimi e terribili di cui

con intatta vocazione di poveri

ancora può essere il mondo

domani

per la decima estate non si orna

di nuovo la bocca del Magra?

Che tempi – mormori – sempre più confusi

che trambusto di scafi e di motori

che assortita fauna sul mare.

Non lasciatemi qui solo 

            – stai 

per gridare – ritornate…

Ma ecco da dietro uno scoglio

sempre forte sui remi

spuntare in soccorso il Giancarlo.

E ti sembra un miracolo.

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Medesima funzione consolatrice, rassicurante hanno anche le figure degli amici riemerse dal passato e a cui il nostro si rivolge non lasciatemi qui solo… ritornate… ma ecco da dietro uno scoglio / sempre forte sui remi / spuntare in soccorso il Giancarlo. / E ti sembra un miracolo. Poesia che è canto dell’amicizia e insieme esaltazione di quello stile così nuovo, moderno, rivolto a un tu pieno di interrogativi ma anche innervato da una volontà di sperare almeno nei ricordi stata per lui la prigionia e il tradimento della storia cantano l’esistenza, cercano conforto nella vita stessa e nella sua bellezza cogliendo momenti unici, occasioni che riesce a rendere universali sia nel positivo che nel negativo col suo linguaggio colloquiale ma sempre puro, ripetitivo, iterativo, altra forma per convincere se stesso ( come in un’autoterapia), e gli altri rivelando questa esigenza di certezze buone. del passato. Poesie queste due che pur risentendo di quella tragedia che è stata per lui la prigionia e il tradimento della storia cantano l’esistenza, cercano conforto nella vita stessa e nella sua bellezza cogliendo momenti unici, occasioni che riesce a rendere universali sia nel positivo che nel negativo col suo linguaggio colloquiale ma sempre puro, ripetitivo, iterativo, altra forma per convincere se stesso (come in un’autoterapia), e gli altri rivelando questa esigenza di certezze buone.

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La giovinezza è tutta nella luce
d’una città al tramonto
dove straziato ed esule ogni suono
si spicca dal brusio.

E tu mia vita salvati se puoi
serba te stessa al futuro
passante e quelle parvenze sui ponti
nel baleno dei fari.

Vittorio Sereni

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Muovendomi tra i diversi critici e studiosi di Vittorio Sereni, in particolare Pier Vincenzo Mengaldo, ricupero alcuni dati conclusivi: l’autore, che non era né un intellettuale militante in politica né un letterato di professione ha invece fissato in pochi libri di poesia la fisionomia civile, e forse il significato storico del dopoguerra. La sua visione, che è simile a quella di tanti reduci da esperienze diverse, come mio padre, i quali non vogliono dimenticare né possono adattarsi facilmente a tempi nuovi, nasce dal sentimento di un’offesa personale: la prigionia che lo escluse dall’Italia negli ultimi due anni di guerra, costringendolo all’inerzia in un momento politicamente e socialmente e anche umanamente decisivo. Il tema della sua poesia dopo il 1945 non fu però la frustrazione privata, ma furono quei segni di sconfitta e di mancato soddisfacimento dei bisogni umani che egli andava, e va, scorgendo ovunque, come tratti essenziali del nostro tempo storico; di qui, il suo compianto per i morti inutili, e la sua dichiarata rinuncia a formulare programmi, a far previsioni, o semplicemente ad affermare positività.

Però di lui rimangono in controcanto continuo quegli inni alla gioia, quelle accensioni subitanee che squarciano i suoi versi con la stessa forza con cui partono certi suoi endecasillabi: illuminazioni fulminee dell’amore e dell’amicizia che completano l’uomo-poeta Sereni. 

E piace in conclusione riaffermare tutto ciò perché fra verità storica e umanità Sereni rappresenta tutti gli uomini di quel tempo e di ogni tempo, reduci da una realtà che tradisce, alla ricerca sempre di certezze rassicuranti in un dedalo di contraddizioni esistenziali.