Valentini Stefano – La stanza bassa dell’attesa

Presente in La Nuova Tribuna Letteraria n. 157

Maria Luisa Daniele Toffanin – “La stanza bassa dell’attesa” (Genesi Editrice, Torino, 2025)

Dopo La stanza alta dell’attesa, pubblicato da Valentina Editrice nel 2019 – libro ancora vivo e pulsante, recentissimo vincitore del prestigioso Premio Aeclanum eccone il seguito, progettato dall’autrice contestualmente a quello. L’una e l’altra stanza sono i luoghi paradigmatici, simbolici ma anche reali, verso i quali la memoria retrocede per narrare (in poesia ma non solo, trattandosi in entrambi i casi di prosimetri dove versi e prosa, sia pur essa sempre intrisa di lirismo, s’intrecciano) il proprio percorso umano, dal mito dell’infanzia alla giovinezza e oltre. Ad accomunare il tutto il termine che nella Toffanin rappresenta un cardine dell’intera sua poetica, anche negli altri numerosi libri: il sentimento dell’attesa come prefigurazione immaginifica ma, anche, come tensione verso il bene e il bello. Un’attesa feconda, quindi, mai inerte, riuscendo l’autrice a riconoscere già in quelle età lontane il germe, nel senso di germoglio, di quel che sarebbe stato: una vita ben spesa, radicata in valori umani profondi, governata da un’etica salda e sincera. La memoria si fa ancella gentile di questo inoltrarsi nel passato, un passato non ignaro del dolore, perché uno dei molti volti dell’attesa ha le sembianze del distacco, l’esperienza che più o meno tutti viviamo in qualche forma. Anche qui, proprio come le stanze alta e bassa sono sì possibili metafore nelle quali tuffare la memoria, ma anche luoghi fisici effettivi, il distacco di cui si diceva, la migrazione, non è soltanto un fatto dello spirito ma anche un effettivo cambio di residenza, che può smarrire chiunque e certamente incide, con forza, nell’animo sensibile di chi legge la vita attraverso la poesia, non soltanto la poesia delle parole ma quella dell’esistenza. Partenza e approdo, così, vengono a intrecciarsi, le abitudini e i riti della quotidianità si spogliano di quanto conosciuto prima per cercare, ed esplorare, possibilità inedite. La posizione della nuova casa rivela situazioni nuove, opportunità, soprattutto consente la scoperta di un rapporto molto più stretto, continuo, con la natura. Quella del giardino, che arriva fino alla soglia, e quella del paesaggio circostante, che nel corso del tempo si rivelerà fonte fertilissima di meditazioni e ispirazioni poetiche. Altra metafora dedotta da un dato reale è quella del treno, il cui fischio – per la vicinanza a una stazione – diviene presenza costante nel corso delle giornate. Il treno è, per la sua struttura definita appunto da stazioni obbligate, una potentissima metafora della vita tra arrivi e partenze, itinerari predefiniti e destinazioni impreviste. Sul treno si incontrano casualmente altri viaggiatori per un breve tragitto condiviso, persone come noi che, quasi certamente, non incontreremo mai più. Si era detto, prima, del mito, inteso – come ha ben notato Maria Rizzi – non come elemento fiabesco, ma come “sogno pubblico” in quanto “intorno a ogni famiglia si concretizza una mitologia, che non è creazione irresponsabile della psiche, ma risponde a una necessità e adempie a una funzione importante: mettere a nudo le modalità più segrete dell’essere”. La casa nuova segna il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, con tutto cio che caratterizza questa stagione della vita: il senso di libertà, spinto fin quasi all’illusione dell’onnipotenza. È l’età nella quale il tempo quasi non esiste, non almeno come consapevolezza. La stanza bassa ne diviene riflesso e allegoria, “palcoscenico di un virtuale teatro” inteso non come spettacolo o divertimento ma come preparazione al futuro, pur se ancora ignoto e ignaro. Una “isola di felicità” che non può durare a lungo ed è costretta, presto, a fare i conti con il dolore, reso tangibile e concreto da uno sconcertante lutto e alleviato, soltanto, dagli affetti famigliari e dalla vicinanza degli amici, altra componente inestimabile e irrinunciabile dell’universo poetico e umano dell’autrice, allora come dopo e fino ad oggi. Il libro, intenso ed esemplare come tutti i precedenti, sfrutta magistralmente le risorse espressive che Maria Luisa Daniel Toffanin padroneggia e plasma secondo le necessità dell’immaginazione, della creatività e della riflessione. Niente appare messo lì per caso, neppure quando risponde ad un’evidente urgenza della memoria, perché – qualunque cosa accada – tutto s’inquadra in un progetto in parte accolto e in parte scelto e la poesia, davvero, è uno strumento privilegiato per darne conto, a sé e agli altri. La ricerca incessante della bellezza, costante assoluta della scrittura e dell’anima di Marisa, fa il resto: di fronte a ciò che accade, è sempre possibile immaginare il Bene. La stanza bassa dell’attesa, dicevamo, continua il racconto-resoconto avviato con la prima parte, quella della stanza alta, ed è quindi trovarvi tutti gli elementi di una attesa che, dal passato, si proietta al futuro. Non pensa di poter tornare a tempi così diversi da quelli attuali, tempi nei quali la famiglia e la solidarietà erano valori cardine: oggi, piuttosto, si assiste al dilagare incontrollato di quel progresso scorsoio di cui, profeticamente, parlava Zanzotto. Ma resta, anch’esso sfidato ma non ancora vinto, il potere-valore della parola, sia pur aggredito dall’uso banalizzato cui quotidianamente, e ovunque, si assiste. Forse aggrapparsi ad essa, alla parola, non sarà sufficiente. Ma ogni migrazione, ogni cambiamento, ogni scoperta, ogni attesa ci parla, inevitabilmente, di un domani: non è possibile immaginare il passato, ma soltanto il futuro, e non c’è arma migliore dell’immaginare facendo tesoro della memoria.

Stefano Valentini